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Ito Ogawa – Il Ristorante dell’Amore Ritrovato

Ringo, una ragazza che lavora nelle cucine di un ristorante turco di Tokyo, rientra una sera a casa con l’intenzione di preparare una cena succulenta per il suo fidanzato col quale convive da un po’.
Con suo sommo sgomento, però, scopre che l’appartamento è completamente vuoto.
Niente televisore, lavatrice, frigorifero, mobili, tende, niente di niente.
Spariti persino gli utensili in cucina, il mortaio di epoca Meiji ereditato dalla nonna materna, la casseruola Le Creuset acquistata con la paga del suo primo impiego, il coltello italiano ricevuto in occasione del suo ventesimo compleanno.
È, soprattutto, sparito il fidanzato indiano, maître nel ristorante accanto al suo, un ragazzo con la pelle profumata di spezie.
Lo choc di Ringo è tale che resta impietrita al centro della casa desolatamente vuota, la voce che non le esce più dalla bocca.
Decide allora di ritornare al villaggio natio, dove non mette più piede da quando, quindicenne, è scappata di casa in un giorno di primavera.
Là, appartata nella quiete dei monti, matura il suo dolore.
Una mattina, però, osservando il granaio della casa materna, Ringo ha un’idea singolare per tornare pienamente alla vita: aprire un ristorante per non più di una coppia al giorno, con un menu ad hoc, ritagliato sulla fisionomia e i possibili desideri dei clienti.

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Incipit & Citazioni

“Quella sera, rientrando a casa dopo la giornata di lavoro al ristorante turco, trovai l’appartamento completamente vuoto. Non c’era anima viva. Era sparito tutto: il televisore, la lavatrice, il frigorifero, le tende, lo zerbino e persino le plafoniere con tanto di tubo fluorescente. Per un istante ebbi la sensazione di aver sbagliato porta ma, per quanto mi sforzassi di non credere ai miei occhi, quello era proprio il nido d’amore che fino al mattino avevo condiviso con il mio fidanzato indiano. La macchia a forma di cuore sul soffitto ne era una prova inconfutabile.
L’appartamento aveva riacquistato suppergiù lo stesso aspetto di quando il tipo dell’agenzia immobiliare me lo aveva mostrato. Solo che adesso, a differenza di quella prima volta, aleggiava ovunque un lieve profumo di garam masala e sul pavimento, giusto al centro del soggiorno deserto, brillavano le chiavi di casa.
In quell’appartamento, preso in affitto dopo tanti sforzi, io e il mio fidanzato indiano dormivamo ogni notte nello stesso futon, mano nella mano. Dalla sua pelle emanava incessantemente una fragranza di spezie. Alle finestre erano attaccate numerose cartoline del Gange. Non ero in grado di leggere i caratteri dell’alfabeto hindi che riempivano le lettere giunte di tanto in tanto dall’India, eppure mi bastava sfiorare quei segni con le dita per sentirmi parte della sua famiglia ed essere travolta da un’ondata di affetto.”

“Avevo perso la voce.
Ci ero rimasta di stucco, certo, ma non al punto da deprimermi. Non provavo né dolore fisico, né tanto meno difficoltà respiratorie. Mi sentivo semplicemente più leggera, appena un po’. E poi non mi sembrava un problema, visto che non avevo nessuna voglia di parlare. Pensavo che finalmente avrei avuto modo di ascoltare al meglio, io soltanto, le parole così come mi scaturivano dal cuore.”

“Ci sono cose che non possono assolutamente tornare.
Ma che al tempo stesso, pur non potendo tornare, restano eternamente presenti.”

“Non ci sono limiti alla comunicazione: basta molto poco per comprendersi l’un l’altro.”

“Mi limitai ad assentire remissivamente, senza replicare: nessuno ha il diritto di infrangere i sogni altrui.”

“Cucinare quando si è arrabbiati, tristi e di cattivo umore – mi diceva sempre la nonna – è molto rischioso, perché il nostro stato d’animo infelice trasparirà di certo nel gusto e nella disposizione del cibo nei piatti. Quando si prepara da mangiare, bisogna pensare a qualcosa di bello e stare davanti ai fornelli con gioia e serenità.”

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